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Più della metà delle Pmi italiane usano software pirata
Minore competitività e rischi di natura tecnica

Nel nostro paese, ma non solo, le piccole e medie imprese non hanno la percezione esatta dei rischi a cui vanno incontro utilizzando software illegale. Un atteggiamento ancor più grave se si considera che esse assegnano all'IT un ruolo molto importante per il conseguimento degli obiettivi di business.
Questa è la conclusione a cui arriva una ricerca commissionata da Business Software Alliance (Bsa) a Gfk Nop, che ha coinvolto 1800 piccole e medie aziende in Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Russia, Polonia e Ungheria. I numeri sono sconfortanti: l'87% non sa che il software illegale può rendere più vulnerabili ai virus, meno della metà delle Pmi è sicura che tutto il proprio software sia accompagnato da licenza, il 97% non considera un problema dover utilizzare vecchie versioni del software a causa dell'impossibilità di effettuare aggiornamenti.
Un fenomeno culturale, a detta di Nicola Galtieri, Portavoce di Bsa Italia, dimostrato dal fatto che per alcuni asset, come per esempio la flotta di auto aziendali, c'è una struttura, un responsabile, l'allocazione delle risorse; per il software tutto questo non c'è". Galtieri sottolinea come per una Pmi che "adotta" un software pirata non ci sia solo il rischio giudiziario (penale), ma anche un rischio di natura tecnica. Perché? "Software scaricato da fornitori non autorizzati e copie prive di licenze rendono le aziende vulnerabili a perdite di dati o sistemi, virus e spyware, e altro ancora". Inoltre c'è da considerare che il software privo di licenza non riceve gli stessi servizi di assistenza, formazione, aggiornamento e upgrade dei prodotti legali. Ciò significa che le aziende non possono sfruttare le stesse funzionalità di cui si avvalgono invece i loro concorrenti che usano software legale, mettendo oltretutto a rischio i loro dati. È sufficiente attuare migliori processi di gestione del software (verifiche periodiche, imposizione di policy di utilizzo al personale e gestione delle licenze) perché le Pmi possano evitare di trovarsi in questa situazione.
Leggera e superficiale la posizione nei confronti della violazione dei copyright, considerata la voce meno importante. In Italia, il tasso di contraffazione è del 53% (35% in Europa), piuttosto costante negli anni. Questo vuol dire che si fa poco o nulla a livello di prevenzione/repressione? Nel corso del 2006, le Pmi italiane scoperte a usare software illegale sono incorse in sanzioni del valore medio di circa 42 mila euro. "Le verifiche si fanno, le denunce anche, mancano le condanne", afferma Galtieri.
La spiegazione sta nell'interpretazione della normativa, che, a detta della magistratura, non è ascrivibile alla categoria di "allarme sociale". Eppure, il mancato introito è molto pesante per le aziende di software, che, oltretutto, a causa dell'ampiezza di questo fenomeno deleterio, sono costrette a limitare il numero di nuovi posti di lavoro. Bsa, ricorda Galtieri, fa molto a livello culturale e di sensibilizzazione, con campagne pubblicitarie e di direct mail e corsi di formazione, ma ancor più decisivo e attivo deve essere il ruolo delle istituzioni. Una speranza forte è racchiusa nelle attività di coordinamento dell'Alto Commissario per le contraffazioni. "Un'attività ancora agli inizi, i frutti si vedranno tra qualche tempo".
Insomma, qualcosa si muove, seppur molto lentamente. Ad esempio, secondo Galtieri, il lavoro di sensibilizzazione nei paesi con tassi di pirateria elevati come Russia, Polonia e Ungheria sta portando buoni risultati, anche se con una chiara differenza tra Est e Ovest, e le aziende dell' Europa Centrale e Orientale e Russia sono oggi più consapevoli dei rischi rispetto al passato.

da "Il Sole 24 Ore" del 2 maggio 2007












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